Un anno di SpeleoFollie

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Consideriamo l’oscurità un elemento caratteristico di luoghi non accessibili o accessibili
solo attraverso parabole sciagurate che conducono inesorabilmente allo
smarrimento…

eppure ogni notte attraversiamo con dolcezza il buio per raggiungere
l’unico luogo capace di svelare realmente ciò che siamo…quel luogo dove ogni notte ciò
che siamo si confronta con ciò che crediamo di “dover essere”

 

…guerra…conflitto interiore…

esperienza unica dell’essere, capace sempre e comunque di sorprenderci, luogo in cui
l’ambivalenza della natura umana si esprime senza compromessi,

esperienza necessaria

per raggiungere un equilibrio da rinnovare quotidianamente e che solo la deposizione
delle armi può sciogliere definitivamente.

La mia esperienza “grott-esca”, mi riporta con forza all’esperienza del sogno…
scendere in profondità senza necessariamente affondare,
concedersi l’opportunità di considerare l’oscurità come un luogo da svelare non per
diventare accessibile a tutti, ma per diventare noi stessi accessibili agli altri….

La grotta…
oscurità, ostacoli, incertezza dei passi, posture maldestre, equilibrio instabile…
tutto ciò può forse restituire
dignità al paradosso,
dignità alle paure,
dignità alle necessità,
dignità al contatto come elemento semplice e necessario della condivisione,
dignità all’incoerenza non più vettore di giudizio,
ma testimonianza,
percorso unico e irripetibile di autorivelazione e confessione.

La grotta,
profondità, imponenza, implacabilità,
spazio e tempo indomabile al di là del bene e del male,
trasversale nello scorrere delle generazioni,
tutto ciò può forse concederci l’opportunità di una personale ricollocazione nella
nostra storia?
tutto ciò può forse concederci l’opportunità di un personale ridimensionamento del
nostro essere nel disegno della natura, natura dalla quale partiamo e alla quale
ritorniamo?

…luogo dove arrestarsi per lo stupore e l’incertezza,
dove farsi allagare da una singola goccia d’acqua,
dove poter contemplare giungere dalle volte l’unico pianto che non conosce gioia o
dolore,
dove lasciarsi ripulire dal fango e dalla terra,
dove lasciarsi avvolgere da un fumo che non soffoca…

…luogo dove la gloria alberga nel contatto, contatto fatto di semplicità ed esattezza
che non si presta al fraintendimento e all’esposizione..
luogo dove la pace alberga nella passività, passività
più come forma di abban-dono e riconoscimento della natura delle forze,
che di dimissione e distacco, perdita o scoramento..
…luogo dove tutto o niente accade e si trasforma su distese temporali che non ci
appartengono,
silenziosi e immensi strappi del tempo in grado di irridere con ghigno beffardo ogni
nostra, o quantomeno crediamo nostra, idea di potere e controllo..
luogo in cui,

finalmente,
almeno per un istante,
con un timido fremito a pendere dalle labbra,
per un emozione sino a quel momento sconosciuta,

sentirsi scagionati,
senza colpa,
poveri nel cuore,
ricchi nel respiro…
l’essenziale senso di appartenere all’essenza del vivere e del morire senza pretesa
alcuna di vivere e morire,
dimenticando,
e per una buona volta,
che la nostra vita e la nostra morte,
per la vita e la morte,
non vale più di una goccia d’acqua che si dissolve nell’aria,
che si discioglie nella terra…
…o si eterna nel mare…
….questo, forse, è il dono più grande che la natura ha riservato per ciascuno di noi….

…luogo in cui scoprire forse prima con amarezza, ma successivamente con la pace,
finalmente, nel cuore, che a noi uomini solo è concesso di abbruttire la natura quando
ipotizziamo di poter su di essa intervenire e
che solo la contemplazione e la leggerezza non è esperienza di incontro violenta per la
vita che ci accoglie.

La grotta…
possente,
grembo senza esitazioni,
disegno gravitazionale,
ordine ermeneutico delle acque,
marea monolitica senza padrone,
orme senza gloria che il vento non asciuga,
sguardo severo, occhi privi di rancore, impermeabile ai compromessi,
braccia e arterie fiere e robuste, ma vive…in vita…in fiore…
rocce che vivono della fragilità
che è “condicio sine qua non” del vivere,

fragilità senza la quale la vita diventa morte,
fragilità senza la quale la presenza diventa assenza,
fragilità senza la quale la forza diventa violenza,
fragilità senza la quale la memoria diventa storia,
fragilità senza la quale gli uomini si con-fondono con le proprie azioni,

e per ultimo…aggrapparsi alla roccia come da bambini ci si aggrappava al seno della
madre…unicità dell’appartenere e del dipendere nella tenerezza di uno sguardo…

Davide Nali

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