De Exploratio: Monte Albo ’99

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E poi dicono che trovare nuove grotte è sempre più difficile! Leggete e ditemi un po’ voi.
Io, Enrico e Ruth ci trovavamo a Monte Albo già da venerdì notte ma, non essendoci ancora i cartelli FSS, optammo per dormire vicino alla vecchia casermetta e cercare il campo con calma il giorno dopo.

De Exploratio: Resoconto di una battuta esplorativa a Monte Albo
da Sardegna Speleologica n°15 – Giugno 1999

Scoprimmo così di aver piazzato la tenda a qualche centinaio di metri dal luogo dell’appuntamento, con mio notevole disappunto al pensiero della potenziale “cena al fuoco” saltata (pazienza… mi sarei rifatto le notti successive).
Il campo federale, al sabato mattina, constava in una quindicina di tende abbastanza sparpagliate sotto un ombroso querceto; per il resto, a parte noi, in giro non c’era anima viva. I bravi speleo erano già tutti sicuramente impegnati in estenuanti battute esterne, alla ricerca di cavità (conosciute o meno) da rilevare.

Dopo esserci sistemati anche noi nella comunità ci ritrovammo ad un tratto senza niente da fare e con l’indecisione se andare a cercare gli altri o aspettarli fino a sera cercando legna per il fuoco (fu in quel momento che mi accorsi di aver lasciato l’amaca a casa… acc..!).

L’atroce dubbio ci venne tolto dall’arrivo di Angelo Naseddu, giunto in visita ufficiale al campo in qualità di Presidente, che ci fece notare che era ormai ora di pranzo.
Convinti che era la cosa migliore da farsi, sfoderammo posate e cibarie e ci mettemmo d’impegno per non finire tutto. Prima di partire alla volta di Lanaittu (per fare visita a… bho?) Angelo fece un giro di perlustrazione in macchina e ci fece vedere la strada presa dagli altri, dicendoci che le loro vetture stavano un po’ più su.
Nel frattempo erano giunti al campo anche Nicola, Simone e Barbara e così decidemmo che, per digerire, una passeggiata si poteva anche fare.

Iniziammo così a percorrere la sterrata che porta alla piana di Altudè, ammirando il paesaggio circostante ricco di vegetazione; c’era un bel sole e così, dopo circa cento metri, eravamo quasi tutti a petto nudo, col sudore che cominciava a fare capolino dai pori.
Tra una cazzata e l’altra ci rendemmo conto ad un tratto di essere saliti notevolmente di quota, e di poter godere di un bellissimo panorama.
Ma dopo quest’ultimo sollazzo, un sottile dubbio si insinuò pian piano nelle nostre stanche membra: quanto mancava ancora alle macchine? Certo, eravamo saliti notevolmente, ma la cima del monte sembrava ancora lontana e la speranza di arrivare diminuiva esponenzialmente dopo ogni tornante.

Quando ormai la mia lingua mi precedeva strisciando su una sterrata sempre più ripida, un miraggio acustico mi riportò alla realtà: il motore di un’auto in avvicinamento!
Feci in tempo a rimettermi la maglietta che una “Fiat Uno” sbucò dal tornante dietro di noi dirigendosi verso Enrico, Simone e Ruth, che stavano un po’ dietro me. Dal finestrino si sentì dire: “Eh ! E dove state andando voi ?! Volete un passaggio ?”; al che la risposta dei tre fu: “N-no ! No grazie ! Grazie lo stesso !”.
La “Uno” riprese allora a salire dirigendosi verso di me che, ancora incredulo, mi sbracciavo per chiederle di fermarsi. Il conducente non fece in tempo ad abbassare il finestrino che le parole mi erano già volate dalla bocca: “Mi può dare un passaggio ?”. Una folta barba con un naso e due occhi al di sopra mi rispose: “Certo, sali !”, e mi aprì lo sportello della salvezza!

Passando affianco a Nicola e Barbara lessi nei loro sorrisi un misto di invidia e preoccupazione, come se pensassero: “Ma questo è matto”; fu allora che mi resi conto di trovarmi da solo, in territorio selvaggio, in compagnia di uno sconosciuto potenzialmente pericoloso…aiutomammaaahhh!!!

Dopo circa 5 minuti d’auto arrivammo alle macchine degli speleo, ferme davanti al cancello del Demanio Forestale: “Sono salvo!”, pensai, e gli dissi: “Graziemillelaringrazioinfinitamenteiomifermoqua!”.
La barba mi rispose pacata: “Macchè, cosa ci fai qua, vieni con me che ti faccio vedere il lavoro delle cooperative !”, aprì il cancello e mi disse di portare dentro la macchina, dopodiché, nonostante i miei cortesi rifiuti, insistette che lo accompagnassi, che tanto i miei amici a piedi avrebbero tardato.
“Massì !”, pensai, “forse sto esagerando, e poi sembra un tipo tranquillo, dopotutto anche mio padre ha la barba…” …immerso in queste congetture mi ritrovai ad attraversare la foresta demaniale a bordo della “Uno”, con Barba alla guida che mi spiegava il lavoro che veniva svolto la dentro.

Guardandomi intorno rimasi stupefatto da quello che vedevo: migliaia di alberi tosati come pecore Merinos e la legna disposta ordinatamente per terra a formare un pavimento di tronchi e frasche, che in certi punti non lasciavano più vedere il terreno stesso.
Barba mi spiegò che la legna veniva tagliata con raziocinio, in modo da non rovinare il bosco e dargli la possibilità di ricrescere. “Certo che se anche ci fosse qualche buco in terra, con tutta questa legna… vallo a trovare!”, dopo questo pensiero la domanda mi venne spontanea e gli chiesi: “Lei ne conosce grotte in questa zona?”.
La risposta fu meglio di quanto mi aspettassi: “Certo ! Mio fratello ne ha trovato due dove lavoriamo, ci stava per cadere dentro !”. Inutile dire che mi ci sono fatto accompagnare subitamente, rifiutando anche di andare ad ammirare un “panorama” là vicino (non si sa mai!).
Le “grotte” in questione erano in realtà dei miseri ma (come sempre) subdolamente promettenti pozzetti da 5-6 metri, in cui non era possibile scendere senza corda. Aiutato dalla mia guida posizionai allora dei segnali (frasche appese agli alberi e tronchi disposti a forma di freccia…) e cercai di memorizzare il luogo in modo da ritrovarlo facilmente il giorno dopo.

Alla fine Barba si rivelò gentilissimo, riaccompagnandomi addirittura per un tratto in macchina e lasciandomi a un centinaio di metri dal cancello, per poi tornarsene agli affari suoi. Dovetti rimangiarmi tutti i dubbi che avevo nutrito su di lui!
Con una breve corsetta raggiunsi gli altri uschini che, datomi ormai per disperso, se ne stavano tornando tutti contenti alle tende; la preoccupazione per ciò che poteva essermi successo doveva avergli messo addosso una gran fame!!!

Il giorno dopo circa 25 speleologi si incamminavano fiduciosi verso i due pozzetti vergini, fantasticando sui possibili sistemi carsici dagli svariati chilometri di sviluppo che potevano celarsi anche dietro al buco più stupido, beata innocenza.
In realtà le due grotte in questione non erano altro che i classici “scarponi” (vedi sez. long.) di 10 metri di sviluppo; l’unica cosa relativamente interessante era la presenza di diversi geotritoni con addosso delle schifosissime sanguisughe verdi, che Carlo non ha esitato a prelevare per condire il risot… ehm, per mostrarle a Graffitti!

Comunque, in fondo in fondo, ma proprio in fondo, sono contento di averle scoperte !

Isacco Curreli (U.S.C.)

 

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